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N °99 - 2017-01-12
 
EDITORIALE

La Voce della Fenice

Il viaggio in India, svoltosi dal 23 novembre al 7 dicembre scorsi, è stata un’esperienza meravigliosa. Vi rimando alla galleria nelle pagine 12-13 per qualche immagine, cui seguiranno altre foto nel numero prossimo. Mi preme però sottolineare quanto il viaggiare e conoscere luoghi e tradizioni sia fondamentale per comprendere l’evoluzione del pensiero spirituale e delle filosofie che “localmente” lo animano. Prima di questo viaggio conoscevo ben poco del Giainismo, filosofia e credo facente parte della grande anima induista ma che si distacca da questa in quanto corrente “emersa” di un esoterismo induista di stampo gnostico. Entrare in un tempio giainista rappresenta la via iniziatica che ogni uomo dovrebbe comprendere. All’esterno infinite rappresentazioni di divinità indù, da Vishnù a Shiva, da Parvati a Durgha, in quanto l’esteriore è il simbolo di un mondo diviso e frammentato, dove ogni divinità è un aspetto della Grande Trascendenza Unica, dell’unica Monade creante che ha generato il mondo. E questa unificazione è infatti interiore al tempio, così come è interiore all’uomo. Perchè anche in India, come in ogni parte del mondo, il Tempio è metafora dell’Uomo Perfetto, nel cui cuore alberga Dio, luogo profondo del nostro “dentro”. Dunque una volta entrati in un tempio giainista il molteplice scompare per lasciare spazio all’UNO, rappresentato da Adinath, il Primo profeta del Giainismo. “Adinath” deriva dal sanscrito “Adi Natha” e significa “Primo Signore”, ad indicare l’Unità primigenia da cui tutto prende forma. Mi spenderò negli insegnamenti e principi gianisti in un articolo futuro, ma nel frattempo voglio sottolineare quanto ciò che chiamiamo “pensiero gnostico”, presente tra i primi cristiani, è così pregnante anche nel giainismo più puro. Dunque, dicevo che il percorso dall’esterno del tempio al suo interno replica la struttura dell’Uomo il cui esterno “molteplice” trova unità nell’interiore. Un interiore dove dimora il “costruttore di ponti”, lo Spirito portatore di Illuminazione. Adinath, per chi lo osserva per la prima volta, provoca sconcerto. Questi nelle sue fattezze è identico al Gautama Buddha del Buddhismo e, come questo ne rappresenta il vero illuminato. Intorno alla statua principale di Adinath nel suo Sancta Sanctorum si sviluppa il tempio, e noi di templi giainisti ne abbiamo visitati in 15 giorni. Ognuno con le sue peculiarità, ma tutti accomunati da una sola caratteristica: la bellezza delle forme, che per quanto infinite e spesso muliebri, offrivano al nostro sguardo l’idea della trascendenza e della perfezione. Durante un colloquio con lo Swami (il Gran Sacerdote) del tempio di Bhavnagar, questi mi confidò: «i nostri templi vengono costruiti da un solo gruppo di individui da millenni, che passano la loro conoscenza di padre in figlio, per questo un tempio moderno non è diverso da uno di 2000 anni fa». Che rivelazione meravigliosa, gli scalpellini portano avanti un’idea di architettura e arte sacra che è immutata fin dalle origini e, credetemi, la trascendenza in questi luoghi si sente con ogni cellula. In India, dunque, esistono quelli che una volta erano i nostri scalpellini medievali (romanici o gotici che fossero) che, oramai perdutisi nella storia, hanno lasciato la bellezza della nostra architettura sacra svanire come una voluta di vapori impalpabili, lasciandoci nelle mani di moderni architetti che dei principi e dei rapporti sacri nulla conoscono, autori di fredde, nude e soporifere chiese di cemento dalla discutibile forma. Anche questi sono insegnamenti; d’altronde il motto “Ex Oriente Lux”, (la Luce viene da Oriente) è sempre valido, non solo in senso allegorico, ma in alcuni casi anche “letteralmente”. Buon Anno a tutti.



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